Di fronte all’Africa

 

Convegno Internazionale
DI FRONTE ALL’AFRICA
Effetti culturali della diaspora africana in Europa dal mondo antico al Rinascimento
Università del Salento Lecce (Italy), 15-17 giugno 2011


15 giugno 2011 ore 9:30-13:00, Padiglione Chirico (Monastero degli Olivetani):
Chairman: Stefano Zenni (Società Italiana di Musicologia Afroamericana) Sessione A: “LA NARRAZIONE MORESCA”: LETTERATURA, TEATRO, MUSICA
• MICHELE RAK (Università di Siena): La schiava mora. Da Lucia canazza a Josephine Baker
• GIANFRANCO SALVATORE (Università del Salento): Parodie realistiche. Africanismi, fraternità e sentimenti identitari nelle canzoni
moresche del Cinquecento

in allegato il programma dettagliato in .pdf


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Temi & libri nel cambiamento

Ciclo di conferenze, seminari e presentazione di libri

Facoltà di architettura dell’Ateneo di Palermo

31 maggio: Michele Rak presenta “La Venere perduta”, Salani 2010


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Convegno di Studi

Palazzo Vecchio 20 maggio 2011

interviene Michele Rak: “Leggere in Italia. Libri, giornali e lettori in 150 anni di Unità d’Italia”


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Segnalazione di Luca Sebastiani

Le grandi opere, quelle che poi negli anni chiamiamo con rispettoso ossequio i classici, hanno la particolarità di essere imprendibili e inesauribili. Nessuno riesce a chiuderle con soddisfazione, a pescarle e riportarle alla ragione. Per questo, nonostante i mezzi sconsiderati che ogni epoca gli mette dietro – fini ermeneuti e sapienti filologi – attraversano il tempo e ci sembrano sempre più sfuggenti.

Da questo punto di vista le grandi opere sono come la balena bianca. Non c’è e non ci sarà mai alcun Achab che potrà riportarla arpionata sulla terra ferma, mostrarne la carcassa ed illuminarne il significato. È il loro destino. E la balena come l’opera è un enigma tanto più enigmatico quanto più coniuga chiarezza della forma e imprendibilità del senso, un segno che eccede sempre i limiti della caccia e dell’irragionevole ostinazione che si abbandona comunque all’inseguimento.

Forse il sollievo che emana da queste inesauribili battute sta proprio qui. Dallo scacco in cui è messa la nostra propensione razionale ad esaurire gli oggetti della nostra visione, della nostra speculazione, della nostra emozione. Quasi che la soddisfazione dell’aver capito, possa sostituire il piacere dell’aver sentito. Quasi che la realtà dovesse anch’essa essere qualcosa da consumarsi in fretta, con compulsione, per passare il prima possibile ad altro, altri oggetti, altre emozioni e altre visioni. Invece le grandi opere sono sempre un poco discoste, dislocate rispetto alle nostre proiezioni. Per quanto vi agiamo con riflessi intellettivi, non riusciamo ad esaurirle, additarne un significato definitivo, a imprigionarle. E così il sollievo porta un po’ d’aria nel nostro cervello, che finalmente può emendare le leggi della razionalità generale e divagare in movimenti sensitivi e libere circonvoluzioni.

Questa è una premessa spontanea ma necessaria, perché l’opera di cui vogliamo provare a parlare è della stessa sostanza delle grandi opere di cui si nutre: il Vecchio testamento, Moby Dick, l’Odissea, Billy Bud, Lord Jim, la Divina Commedia, ecc. ecc..  Che si può dire di esaustivo su Marinai, profeti e balene? È difficile dirlo, anche dopo innumerevoli ascolti. Succede semmai che uno si ritrovi di notte a fischiettarlo sul liminare dei sogni, ma sul perché, proprio non sembra possibile avanzare ipotesi. Forse solo adombrarle.

È così. Punto. La sera si spegne la luce, si chiudono gli occhi e la musica parte, il viaggio comincia. Gli echi si rincorrono una volta abbassata la soglia vigile della veglia, la mente divaga e i brani si mescolano in un unico impasto di una coerenza che sfugge all’analisi, ma forse non alla meraviglia. Ogni brano è un’emozione, un viaggio a sé, ma tutti sembrano tenersi tra loro con rimandi ed echi, rime e dissonanze che confluiscono nello stupore del canto finale delle sirene.

Eppure si capisce subito che, per esempio, tra la prima e la seconda parte c’è una cesura, una pausa che segna un passaggio di scena. Nella prima aleggia un’atmosfera oceanica, plumbea, da alto mare, con grandi masse d’acqua imponenti e una bonaccia inquieta. Nella seconda invece un’aria più mediterranea, un mare più confortevole e un cielo più limpido. Ma lo splendore del sole non attenua il mistero della prima scena, anzi. Prima che le tenebre della notte divenissero il momento dell’arcano, per gli antichi era il meriggio la scena dello stupore, l’attimo in cui gli déi si manifestavano. La luce solare aumenta l’ambiguità della visione con la sua evidenza. Trattiene in sé il  mythos, il racconto favoloso del mondo che si fa raccontare dissimulando il mistero della sua origine, riportandolo dai cieli alla superficie del visibile.

In mari differenti, epici o mitologici, sotto diverse composizioni siderali, i personaggi sembrano mossi da brame d’intensità equivalente. Ulisse, che domina la seconda scena, brama il ritorno, Achab protagonista della prima, la balena bianca. Il primo con cristallina malinconia, il secondo con ossessiva mania. Ma entrambi covano in sé il mistero del proprio viaggio, della sua origine e del sentimento d’incertezza, di aporia che li accompagna.

Forse, viene da pensare, proprio in questa ricerca aporetica e senza fine sta l’unità dei brani e dell’opera. E la sua bellezza stuporosa, il suo apparire una volta chiusi gli occhi.

Ogni opera, come questa, è un organismo complesso e fragile, che si allontana quanto più le si avvicina lo sguardo. La sua struttura è esile, e non tollera una pressione ingombrante. Si lascia attraversare placidamente, ma non s’impone, non è assertiva. È ciò che le dà quest’apertura di senso che si ha ascoltandola, il magico incanto, l’ariosa leggerezza che assomiglia alla nostra essenza, alla dolce malinconia che accompagna le nostre rotte e le nostra assenze.

Marinai, profeti e balene forse va preso proprio come un viaggio che in diciannove quadri ci conduce ad approssimare un limite sensibile, una soglia oltre la quale si sente il silenzio da cui con stupore emana il canto, la poesia, il sollievo di un cielo profondo di stelle.

Ascoltarlo mette in una dimensione di familiare lontananza, in un circolo mitico tra l’attesa e il ricordo, in un’interminabile e meravigliosa navigazione su abissi insondabili e sotto cieli silenziosi in compagnia di tutti quei marinai che da migliaia di anni continuano a cercare una rotta tra quello che non è più e quello che non è e non sarà mai. Nudi di fronte al Destino.

*

Questo viaggio mitico e sensibile è solo una delle tante rotte nel mare di pagine nate da uno stordimento d’animo; e nasce da un’intertestualità che fa riecheggiare interrogazioni secolari sul fato, archetipiche età dell’oro, meravigliose ricerche, favole antiche di emblematica esemplarità.

Si può dire però che i marinai che popolano questo universo mitologico si assomigliano, che sono tutte figure di titanici ribelli alla Legge della Terra ferma e ai confini prudenti disegnati con saggezza. Sono degli empi, degli ammutinati di Dio, lanciati nell’abisso della Colpa senza più espiazione.

Il profeta Giona prende il mare per fuggire i decreti divini, ma dopo la discesa negli abissi terrificanti del ventre della balena implora la misericordia di Dio, che gliela concede, e poi ne canta le lodi. L’altro profeta biblico, Giobbe,  maledice il giorno che è venuto alla luce, la colpa ingiustificata inflitta ai puri, invoca le tenebre, ma quando vede l’occhio del Signore si ripudia e si rassegna alle insondabili sentenze divine.

Ma Achab è già un’altra storia. Achab caccia la balena muta e indifferente, sfida il secolare silenzio del Signore nell’altomare epico e biblico, plumbeo come il cielo, mosso da una necessità che lo eccede e lo inabissa sotto il sudario del mare. Per lui la balena senza colore non è strumento d’espiazione, ma alterità senza più nome da sfidare fin dentro le tenebre dell’abisso, contro ogni profezia. Ormai neanche le debolezze di Lord Jim, o l’innocenza di Billy Bud sfuggono più al naufragio, alla caduta nelle profondità oceaniche come ultimo e umano destino.

Ma poi? Non è sempre stato così? Oltre i confini della linea d’ombra, interiore o esteriore che sia, è lanciato anche il folle volo di Ulisse. Tra le tentazioni e le malie sensuali del Mediterraneo, le isole felici e gli incanti di Calipso, il marinaio archetipico sceglie di essere pienamente umano e vivere fino in fondo il suo destino, la separatezza della sua coscienza oltre il ritorno. La conoscenza ci separa da noi stessi, dalla pienezza, dalla realizzazione del desiderio di verità: è pathos e vocazione intima.

Non nel nostos, nel ritorno a Casa sta la felicità o la pienezza. L’attesa è l’unico luogo in cui il piacere può consistere, ma solo come immagine e speranza di un piacere futuro. E Penelope che tesse e disfa la sua tela ad Itaca ne è l’interprete malinconica. Per lei l’attesa e il ricordo sono il riflesso in cui l’assenza viene dimenticata in un oblio come di sonno, in sogni e illusioni sempre precarie, pronte a diradarsi alle prime luci dell’aurora.

Tutto è sempre passato, e l’Aedo col canto – come Penelope – tesse la memoria del Tempo che anticipa il futuro nel passato. Il canto per un istante incessante ci fa così abitare al riparo di un’illusione; ci fa sentire come la nostra vera casa sia in un luogo inconsistente e meraviglioso tra il nulla e il vento che gonfia le vele nell’altomare aperto.

*

Da quando l’uomo, ormai alienato nella sua hybris tecnologica, non ha più bisogno della balena per illuminare la terra, le baleniere non incrociano più gli oceani. Achab è lontano, e della grande balena bianca resta solo un simulacro imbalsamato, un capidoglio posticcio, frammento di un universo sprofondato.

Addomesticata e senza vita, ora l’artista ambulante può mostrare la balena Goliath nelle piazze insieme alla Madonna delle Conchiglie, additare nel loro occhio vacuo lo spazio aperto tra la vita e il niente, l’itinerario verso il fondo del mar. Con un’immoderata fantasia può rapirci con siparietti d’avanspettacolo abissale, coreografie anni trenta e corpo di ballo di sirene. Portarci nel fondo oscuro dell’oceano tra complicati amori polposi e troppe braccia per abbracci mai abbastanza avvolgenti. Oppure scaldarci con barili di rum e cantare balene sontuose e balene impagliate, ciclopi beffati e creature del mare dimenticate da Noè. L’abisso è ormai sgombro di terribilità, abitabile da un’immaginazione liberata.

Queste sono solo divagazioni liminari al sonno, rotte illusorie attraverso Marinai, profeti e balene. Ma in fondo, non solo sul mare, anche qui sulla terra ferma la vita non è che un’incerta illusione. Basta viaggiare. Basta chiudere gli occhi e lasciarsi andare.


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Segnalato da Chiara Barberini

Il rilevamento rappresenta, mediante trascrizione grafica, la conoscenza globale dell’opera architettonica, ottenuta attraverso indagini attente e ragionate sulla realtà costruttiva cogliendo i valori formali, spaziali, dimensionali, percettivi, tecnologici e costruttivi. Per effettuare tale operazione occorre conoscere le diverse metodologie di rilevamento, ma ancor di più prendere coscienza del significato culturale e costruttivo dell’opera che si vuole rilevare.

Il manuale fa parte della collezione “Grandi opere Laterza ed è un ottimo strumento di studio e consultazione per chi si occupa di ingegneria, architettura ed archeologia, anche grazie alle numerose immagini esemplificative di grandi dimensioni. Vengono affrontate tutte le tematiche connesse al rilevamento, dagli aspetti teorici a quelli più pratici: le antiche unità di misura, gli elementi di metrologia, gli strumenti per il rilevamento diretto e indiretto, le diverse metodologie di lavoro per il contesto architettonico, urbano e archeologico. Viene dettagliatamente approfondito l’uso delle tecnologie, dalla fotografia al laser scanner 3D.

Cap. I: aspetti generali del rilevamento architettonico: problematiche e finalità del rilevamento; rapporti con l’ingegneria, l’archeologia, il restauro, la didattica.

Cap. II: Teoria della misura: principali misure lineari dall’antichità al XIX sec.; elementi di metrologia e teoria degli errori; valutazione dell’incertezza nel rilevamento.

Cap. III: Gli strumenti per il rilevamento architettonico:  il rilievo diretto e indiretto; gli strumenti fotogrammetrici.

Cap. IV: I fondamenti teorici del rilevamento: planimetria; altimetria; fotogrammetria.

Cap. V: Metodologie per il rilevamento architettonico: conoscenza dell’opera da analizzare; scelta del metodo di rilevamento.  Schizzi, eidotipi, esempi, progetti di rilevamento delle sezioni e dei prospetti. Il rilevamento diretto, strumentale, fotogrammetrico. Rilevamento di particolari architettonici e costruttivi, degli ordini architettonici, proporzionamento.

Cap. VI: Metodologie per il rilevamento urbano: la scelta del metodo; metodo diretto, fotogrammetrico e con laser scanner.

Cap. VII: Metodologie per il rilevamento archeologico: metodologie; rilevamento fotografico, indiretto, fotogrammetrico e con laser  scanner.

Cap. VIII: Metodologie di rilevamento per il restauro:  problematiche e scelta del metodo; rilevamento delle murature, del quadro fessurativo, dell’umidità, del degrado, del colore.

Cap. IX:  Metodologie di rilevamento con il laser scanner 3D: a tempo di volo, a triangolazione; le prese con il laser scanner; l’elaborazione dei dati acquisiti; la riflettanza.

Cap. X: Fotografia e rilevamento:  natura e attrezzatura; tecnica della ripresa;  lo sviluppo e la stampa; archiviazione  e conservazione delle immagini; la fotografia come mezzo ausiliario alle operazioni di rilevamento; fotografia elementare applicata al rilevamento architettonico.

Seguono gli utilissimi capitoli dedicati alle normative, alle convenzioni  grafiche, alla simbologia, alla schedatura di documentazione e catalogazione, alla sintesi storica del rilevamento.


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