Dino Baldi, Morti favolose degli antichi

segnalato da Luca Sebastiani

Questo di Dino Baldi, Morti favolose degli antichi (Quodlibet), è un libro che si avrebbe la tentazione di catalogare sbrigativamente sotto il titolo di «repertorio ragionato delle varie morti», un po’ indotti anche dalla quarta di copertina che riporta una frase di Montaigne che auspicava nei Saggi che prima o poi un tale lavoro vedesse la luce; perché, diceva, «chi insegna agli uomini a morire, insegna loro a vivere». E non c’è dubbio che questo libro sia anche un catalogo di morti esemplari e detti memorabili di personaggi antichi – perlopiù greci e romani – raggruppati in generi secondo il significato edificante delle dipartite riportateci dalle fonti classiche, meticolosamente annotate da Baldi. Più che la qualità filologica o l’erudizione classica, però, il piacere di questo libro sta nel divertissement della riscrittura, dell’affabulazione che nasce da un materiale a sua volta incredibilmente affabulatorio. Per leggere questo libro bisogna infatti cercare di mettere tra parentesi quella che Vico chiamava «la boria dei dotti» e lasciarsi prendere da una propensione poetica o mitica ancora persistente da qualche parte della nostra ragione culminare. «A volere che l’immaginazione faccia presentemente in noi quegli effetti che facea negli antichi, e fece un tempo in noi stessi, bisogna sottrarla dall’oppressione dell’intelletto», scriveva Giacomo Leopardi, ed è questa l’angolazione attraverso la quale Baldi ci porta in questo mondo dell’antichità dove la morte non era una questione da relegare negli ospedali tra le mani dei ragionieri della morte, ma il punto culminante, spesso favoloso, di una vita a sua volta favolosa. Questo libro contiene così un brulicare di morti, e per inevitabile complementarità anche di vite. Certe volte l’una e l’altra si rispecchiano, altre volte niente affatto. Dipende dagli aggiustamenti della parola, o dal caso, o meglio dal fato, visto che è di morti e vite d’antichi che si tratta. Di un tempo cioè in cui la coincidenza non esisteva, ma un destino preannunciato da oracoli e presagito da segni evidentissimi quali corvi in volo ravvicinato. Ne sa qualcosa Cicerone, le cui ultime ore furono funestate da corvi gracchianti appollaiati alla finestra. Più che uomini civilissimi, questi antichi di Baldi sembrano così personaggi un poco fuori squadra, tutti presi come sono da passioni singolari per vizi e virtù; dalla meticolosa applicazione di certe regole di condotta che oggi non si capiscono, sembrando un poco ridicole. Come quando, per esempio, Dario, re di Persia, scrive ad Eraclito di andare alla sua corte promettendogli una vita agiata, e questi gli risponde che tutti i mortali sono dei pazzi «che cercano soltanto di soddisfare la propria ambizione di gloria. Io no: io non ho ambizioni, non sono invidioso, non mi piace il lusso e vivo con poco. Per questo non ho nessuna intenzione di venire da te». Salvo poi morire di una fine che stona con la grandezza morale qui esercitata, cioè al sole sotto un mucchio di sterco di vacca. Questa vena un poco comica è risaltata con la leggerezza del racconto di Baldi, che mette in moto i meccanismi di una scrittura che gioca bene con i tempi, i giri di frase e le inversioni finali. Così ci vengono incontro il nobile Eschilo, morto con la testa fracassata da una tartaruga lasciata cadere da un’aquila che aveva scambiato il suo cranio pelato per una roccia levigata; il vecchio Anacreonte strozzato da un acino di uva passa; Sofocle, il cui cuore schiantò dalla gioia per aver alla fine vinto un premio poetico dall’esito incerto; o il poeta comico Cratino, noto beone morto dalla disperazione quando i soldati spartani ruppero davanti ai suoi occhi un orcio di vino sprecandolo per sempre. Questi sono racconti i cui brandelli spesso girano in qualche lontano meandro della testa del lettore, che queste storie favolose aveva già sentito da qualche parte, forse sui banchi di scuola, e che ora può ricominciare a far circolare altrove.